api e miele Valmarecchia

Azienda iscritta all'albo nazionale allevatori api regine

Prodotti certificati biologici BioAgriCert

contatti: Gabriele Milli e Valeria Toschi

Fr. Rofelle 61/62, 52032 Badia Tedalda AR

tel./fax 0575/714151

cell. 338/7054382

apicoltori e poeti

Vincenzo Monti

Le Api Panacridi in Alvisopoli

Quest’aureo miele etereo, 
    su’l timo e le viole 
    dell’aprica Alvisopoli 
    còlto al levar del sole, 
noi caste Api Panacridi 
    rechiamo al porporino
    tuo labbro, augusto pargolo, 
    erede di Qurino;
noi del tonante Egioco
    famose un dí nutrici,  
    quando vagìa fra i cembali
    su le dittèe pendici.
Mercé di questo ei vivere
    vita immortal ne diede, 
    e ovunque i fior più ridono 
    portar la cerea sede.
Volammo in Pilo; e a Nestore
    fluîr di miele i rivi,
    ond’ei parlando l’anime
    molcea de’ regi achivi.
Ne vide Ilisso; e il nèttare
    quivi per noi stillato
    fuse de’ Numi il liquido
    sermon sul labbro a Plato.
N’ebbe l’Ismeno; e Pindaro 
    suonar di Dirce i versi
    fe’ per la polve olimpica
    del nostro dolce aspersi.
E nostro è pur l’ambrosio
    odor che spira il canto 
    del caro all’Api e a Cesare
    cigno gentil di Manto.
Invïolate e libere
    di lido errando in lido, 
    del bel Lemène al margine 
    alfin ponemmo il nido.
E di novello popolo
    al buon desío pietose, 
    de’ più bei fiori il calice
    suggendo industrïose, 
quest’aureo miele etereo
    cogliemmo al porporino 
    tuo labbro, augusto pargolo, 
    erede di Quirino.
Celeste è il cibo; e, simbolo 
    d’alto regal consiglio, 
    con piú felice auspizio
    l’ape successe al giglio;
ché noi parlante immagine
    siam di re prode e degno, 
    e mente abbiamo ed indole
    guerriera e nata al regno.
Il favo, che sul vergine
    tuo labbricciuol si spande, 
    in te sia dunque augurio 
    di sir prestante e grande.
E lo sarai; ché vivida
    le fibre tue commove
    l’aura di tal magnanimo
    che su la terra è Giove.
Ma d’uguagliar del patrio
    valor le prove e il volo
    poni la speme: il massimo
    che ti diè vita è solo.
L’imita; e basti. Oh fulgida 
    stella! Oh sospir di cento
    avventurosi popoli!
    Del padre alto incremento!
Cresci, e t’ avvezza impavido
    con lui dell’orbe al pondo:
    ei l’Atlante, tu l’Ercole; 
    ei primo, e tu secondo.
D’un guardo allor sorridere
    degna al terren, che questo
    ti manda iblèo munuscolo, 
    offeritor modesto.
Su quelle sponde industria
    una città già crea
    cara a Minerva; e sentono
    già scossi i cuor la dea. 
Natura ivi spontanea
    i suoi tesor comparte
    ed operosa e dedala
    più che natura è l’arte.
Le prezïose e candide 
    lane d’ibera agnella
    pianta rival dell’indaco
    d’un vivo azzurro abbella.
La forosetta i morbidi
    velli all’egizia noce 
    tragge; e ne storna l’opera
    amor, che rio la cuoce;
amor del caro giovine, 
    che del paterno campo
    i solchi lascia e intrepido 
    vola dell’armi al lampo, 
e seguirà la folgore
    che adulto fra le squadre
    tu vibrerai, se a vincere
    nulla ti lascia il padre.
Ma di Gradivo agl’impeti
    l’alme virtú sien freno, 
    che all’adorata informano
    tua genitrice il seno.
Germe divin, comincia
    a ravvisarla al riso, 
    ai baci, ai vezzi, al giubilo
    che le balena in viso.
La collocâr benefici
    sul maggior trono i numi. 
    Ridi alla madre, o tenero;
    apri, o leggiadro, i lumi.
Ve’ che festanti esultano
    alla tua culla intorno
    le cose tutte, e limpido 
    il sol n’addoppia il giorno.
Suonar d’allegri cantici
    odi la valle e il monte, 
    sussurar freschi i zefiri, 
    dolce garrir la fonte. 
Stille d’eletto balsamo
    sudan le quercie annose:
    ogni sentier s’imporpora
    di mammolette e rose.
Tale il sacro incunabolo  
    fioría di Giove in Ida: 
    ed ei, crescendo al sonito
    di rauchi bronzi e grida, 
rompea le fasce; e all’etere
    spinto il viril pensiero,  
    già meditava il fulmine, 
    signor del mondo intero.

Da Il bardo della selva nera, Canto V

(…)
Con severa bilancia ripartito
regola il carco che la patria impone;
frange i ceppi al commercio che fiorito
l'arti risveglia, a cui la pace è sprone.
Per le vie, per le case al dolce invito
l'industria ferve: ogni squallor depone
il già cangiato Egitto, e sente a prova
la presenza del Dio che lo rinnova.
Vita di tutto Ei tutto osserva, e saggio
dispon dell'opra il mezzo e la maniera.
Tale il re delle pecchie(*), allor che il raggio
del monton sveglia l'alma primavera,
a riparar del rio verno l'omaggio
desta al lavor del miele e della cera
l'industri ancelle, e, osservator severo,
le fatiche ne scorre e il magistero.
Altre intendono ai favi, altre la manna
van de' fiori a predar cupide e snelle.
Qual le compagne a scaricar s'affanna,
qual del dolce licore empie le celle.
Queste, tratti i pungigli, la tiranna
torma de' fuchi caccian lungi; e quelle
castigano le pigre. Un odor n'esce
che ti ristaura, e il lavorìo più cresce.
Con infinita provvidenza il senno
de' suoi sofi comparte il sommo Duce.
Altri l'ombra del punto fissar denno,
che rompe all'arco meridian la luce.
Altri i portenti investigar, che fenno
chiaro l'Egitto, ovunque ne traluce
l'orma ancor maestosa, alla cui vista
il pensiero stupisce, e il cor s'attrista.

(*) Api