“The Italian bee in Italy: pensare italiano per l’ape italiana” (*)
INFO REINES, Bulletin de l’Association Nationale des Éleveurs de Reines et des Centres d’Élevage Apicoles – 4o trimestre 2012 – N° 100

Grazie per la richiesta di una breve presentazione dell’ape italiana in Italia sulla vostra rivista, e congratulazioni per il vostro numero 100. La prima cosa da dire è che l’ape italiana non ha alle spalle una rivista di selezione ed allevamento come Inforeines. Certo è che abbiamo molte aziende di allevamento, e credo che si possa dire con capacità produttiva di rilievo in Europa, ma al momento le aziende di allevamento non hanno alle spalle un’associazione efficiente ed organizzata come l’ANERCEA in Francia, o con un programma di selezione come l’ACA in Austria. Piano piano cerchiamo di trovare anche noi, in selezione ed associazionismo, la strada congeniale alla nostra apicoltura, con un forte ritardo e non sicuri di farcela.

In situazioni di forte incertezza è bene porsi interrogativi radicali, di modo tale che le soluzioni dei problemi, se potranno esserci, siano appunto soluzioni e non illusioni; iniziando dalla domanda fondamentale: che cos’è la ligustica, o ape italiana. Di sicuro una delle sottospecie di interesse produttivo, e lo è al punto tale che spesso si accompagna con l’aggettivo americana, australiana, neozelandese, canadese, finlandese, ecc.; per non dire di quell’incredibile selezione per la produzione della pappa reale in Cina; e per non dire del fatto che comunque la maggior parte degli incroci hanno come base la ligustica; oppure del fatto che le parole più lusinghiere sulla ligustica sono state scritte da Brother Admas (incrocio buckfast) e da Ruttner (sottospecie carnica). Se si fanno analisi di razza, tutte queste ligustiche rientrano nei parametri; e questo dimostra che l’interesse produttivo per l’ape italiana è un dato di fatto che non accenna a diminuire; anzi, commercialmente parlando, si potrebbe forse quasi dire che c’è una notevole ripresa di interesse per le possibilità produttive di quest’ape.

Ma che cos’è la ligustica in Italia? Forse la risposta, se la troviamo, ci può aiutare a capire.  Se in Italia si smette di selezionare l’ape italiana, (e qui non importa con quale procedura), se si lascia libera di trovare il suo equilibrio o la sua armonia senza l’intervento dell’uomo, dopo pochissimo tempo ci si presenta davanti agli occhi un panorama incredibile. Quella che oggi comunemente, in Italia e all’estero, è considerata per l’aspetto esteriore l’ape italiana, viene sostituita da una varietà morfologica, di colore e di forma, inimmaginabile. Per problemi di spazio non si può che procedere di gran fretta: si perde nelle regine un po’ del biondo “bolognese”, per il quale è conosciuta nel mondo, ma si arriva al suo estremo, molto simile al nero della carnica. Il punto mediano è un cuoio abbastanza scuro, ma con una varietà che va dall’uniformità del colore fino a striature o tigrature estremamente marcate e di una eleganza incredibile; per non dire di “punteggiature” di nei nel dorso del ventre, che si possono accompagnare o meno alle striature, e che, se fosse una signora, si potrebbe dire che la rendono estremamente vezzosa e seducente. L’aspetto un po’ goffo, pesante, lento sul favo, da “toro chianinio”, viene sostituito da una grande agilità e varietà di corporatura, fino all’estremo che ricorda l’esile lunghezza della “vespina centroitalica “ (così la chiamavano i vecchi), e che io ho appena fatto in tempo a vedere nelle Marche ed oggi scomparsa.

La varietà morfologica si accompagna ad una non meno incredibile varietà di comportamenti, che possono andare da uno quasi aggressivo fino ad una estrema docilità, da una totale tenuta del favo fino al suo opposto, da 9/10 favi di deposizione fino ad un massimo di cinque, con posizione sul favo molto diversificata, da un estremo di scorte fino a morire di fame al primo imprevisto, da eccessive scorte di polline fino alla sua totale assenza e con forme di stoccaggio molto variegate, da una grandissima produttività in miele fino a se va bene pochi chili, da una ripresa primaverile rapidissima ed incauta fino ad una tardiva e troppo prudente, da un invernamento con così tanto miele che a marzo deve essere tolto per far posto alla covata fino al suo morire di fame a febbraio, da una ottima tenuta della covata da marzo fino a settembre inoltrato fino al suo accartocciarsi ai primi di luglio, da una produzione di pappa ben oltre i 10 gr a stecca fino a due/tre cupolini accettati, ecc. ecc. Con una tendenza ad un comportamento mediano fra gli estremi, ma sempre con grande vitalità, robustezza e rusticità. Se dovessi definire l’ape italiana dopo aver sperimentato quanto sopra, la definirei esattamente così: poliedrica, flessibile, vitale, robusta, rustica; e con una tale cura del nido che la più amorosa delle gatte gli fa un baffo.

Questa grande varietà di comportamenti e conseguente possibilità di scelta nel selezionare i caratteri probabilmente è la causa che ha reso l’ape italiana una delle sottospecie più adatte all’attività di impresa; e dobbiamo immaginare che le possibilità fossero ben più ampie alla fine dell’Ottocento/primi del Novecento, quando si iniziavano a sperimentare le varie sottospecie per l’apicoltura professionale. I motivi della riduzione della varietà comportamentale sono noti a tutti: la varroa in primis, ma anche una selezione spesso scriteriata e incurante del futuro dell’animale, ecc. Il risultato, nonostante la ricchezza ancora disponibile, è che la varietà è sottoposta a tagli successivi e progressivi, come un imbuto che progressivamente si restringe. Comunque questa simbiosi dell’ape italiana con l’impresa apistica, sicuramente è stata ed è una grande forza, ma è anche un grosso problema in un momento di trasformazione ambientale, climatica e di tecniche della produzione. Il problema consiste nell’adeguare, attraverso la selezione, le possibilità produttive dell’animale, per quello che l’animale può dare nella sua miniera comportamentale, alle mutate esigenze della produzione. D’altra parte selezionare vuol dire appunto scegliere, e questo si fa dove c’è la possibilità di scegliere: eliminare, inibire, favorire per uno scopo preciso, che cambia nel tempo in relazione al mutare delle esigenze della produzione. Dove questa possibilità non c’è, non è possibile selezione.

In passato l’Italia ha avuto grandi maestri selezionatori: non esistevano computer, centri di ricerca, istituti, associazioni, ecc. , eppure con la loro capacità di osservare prima e poi eliminare, inibire, favorire e modificare con la selezione pratica, sono stati protagonisti dell’apicoltura mondiale nella selezione e nell’innovazione delle tecniche di allevamento. A partire da poco dopo la metà dell’Ottocento Tortora, e poi Penna, Piana, ecc. nomi che tutto il mondo apistico mondiale conosce, e che hanno costruito, assieme agli altri, la preistoria e la storia dell’impresa apistica. Ma la caratteristica che forse li rende unici era l’essere anche grandissimi capitani d’impresa: producevano con numeri che spesso non riusciamo ad eguagliare, esportavano in tutto il mondo, e l’animale che hanno messo a punto, lavorando con la loro esperienza sulle possibilità che offre la ligustica, ha funzionato fino alla trasformazione radicale dell’agricoltura, del clima, delle tecniche apistiche, ecc., che è avvenuta negli ultimi due decenni del Novecento. Niente è perfetto, ogni pro ha i suoi contro, ma l’ape italiana funzionava forse meglio delle altre api.

Verso la fine del Novecento la nostra grande tradizione di selezione si è interrotta. Fra i motivi, oltre quelli già detti, non ultimo il fatto che erano grandi personaggi solitari, come lo sono i grandi capitani d’impresa, che vedono orizzonti e si dirigono verso mete che noi comuni mortali non vediamo neppure quando le abbiamo a portata di naso. Istinto, intuizione, lungimiranza; ma soprattutto un cuore così generoso da coniugare il dono di natura di un rapporto con l’animale unico con il sogno di un futuro che altri non vedono e con l’istinto all’attività di impresa come soddisfazione etica, oltre che economica. Queste sono cose che succedono non si sa perché; e quando declinano non si sa altrettanto perché.

Non vogliamo però dire che la ligustica non funziona più, o che non siamo più bravi o che non abbiamo più grandi aziende, ma quello che tutti sappiamo: la natura ci ha regalato un animale meraviglioso, e tutto il mondo ancora ce lo richiede. E’ difficile valutare in numeri esattamente la produzione oggi in Italia, ma noi la valutiamo in 300.000/350.000 api regine ligustiche per il commercio, con una bella fetta, forse oltre le 40.000, va all’estero: Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Paesi scandinavi, Inghilterra, Paesi baltici, Grecia, Medio oriente, Africa mediterranea, Argentina, Cina, ecc. Alla produzione ed esportazione di api regine oggi si accompagna spesso quella di pacchi d’ape e nuclei su 3/5 telai, più difficile da quantificare, ma che aumenta non di poco i numeri sopra detti. Per quanto riguarda il commercio estero, la potenzialità è fortemente limitata dal fatto che legalmente sono possibili solo grosse spedizioni per via aerea (minino 400 regine, affinché sia remunerativo), e dobbiamo immaginare che se gli spedizionieri via terra accettassero le api regine come animali vivi e che se fosse possibile il porta a porta in Europa con partenza dall’Italia, questo numero schizzerebbe in alto di diverse centinaia di migliaia. Comunque, al di là della precisione dei numeri, quello che conta è dare il senso di cosa stiamo parlando quando si parla di ligustica in Italia.

La zona di produzione si è notevolmente modificata: dall’Emilia Romagna, zona classica di produzione dell’ape italiana, si è allargata un po’ a tutta l’Italia. L’ARA, Associazione Romagnola Apicoltori, valuta la produzione nel Bolognese e Romagna attorno alle 100.000 regine, ma il numero credo che vada aumentato se si considera per intero anche l’Emilia. Aziende di notevole interesse oggi sono presenti un po’ in tutta l’Italia: Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia, Sicilia, per dire solo le aree maggiori, con una novità molto interessante che riguarda la Sicilia. In questa regione problemi di produzione di miele e di sciami per le serre hanno spostato l’interesse di alcune aziende verso la produzione di api regine, nuclei e sciami, e la produzione di api regine ligustiche oggi in Sicilia è valutabile attorno alle 50.000. Dal Sud Italia, Sardegna compresa, ed anche dal Centro, inoltre partono diverse migliaia di pacchi d’ape e nuclei per la Germania e la Francia. Comunque, per rimanere alle api regine, alcune delle aziende storiche da sempre lavorano praticamente solo per l’estero, ma anche molte delle nuove dirigono la loro attenzione commerciale soprattutto all’estero, e la cifra sopra detta di 40.000 regine italiane esportate è in continua crescita.

Quindi non è che in Italia non siamo più bravi e che non abbiamo più grandi aziende: la produzione di api regine ligustiche per il mercato interno ed estero è in continua crescita. E’ che non siamo più bravi come i nostri padri: fatichiamo a mettere a punto programmi di selezione che siano all’altezza di quello che hanno fatto i nostri grandi maestri; fatichiamo a tradurre in indirizzi di selezione all’altezza delle nuove esigenze d’impresa le possibilità che il nostro animale ci offre. Abbiamo una potenzialità enorme ancora quasi completamente inesplorata, e la usiamo solo in piccolissima parte. I motivi per cui questo accade sono molteplici. Uno è sicuramente il prezzo basso, che rende la produzione di api regine forse l’attività apistica meno interessante economicamente. Un altro sono gli investimenti, in tempo e professionalità, per fare selezione, con ritorni incerti e sicuramente non interessanti come la produzione di miele, pappa reale, polline, ecc. Ed ancora un motivo è che abbiamo una formazione professionale molto alta nelle tecniche di produzione e logistica per il miele e molto bassa in genetica e tecniche di selezione. Ed ancora motivi di natura politica: quali ad es. un mancato convergere di interessi, se non una conflittualità, che è sempre esistita fino ad ora in Italia fra apicoltura professionale, Istituzioni dello stato, come INA (Istituto Nazionale di Apicoltura) oggi CRAApi (Centro Ricerca Agricoltura Apicoltura) e Università; oppure politiche di Associazioni di categoria nazionali o disattente (per cause ampiamente spiegabili) o opportunistiche (per cause altrettanto spiegabili, ma non giustificabili).

Qualcosa sta cambiando; ma spesso, troppo spesso, l’apicoltura professionale e le Istituzioni in Italia non dialogano per trovare sinergie nel sistema Italia, soprattutto per i problemi legati alla genetica, e il prezzo che ha pagato e che paga il settore per questo sta diventando troppo alto. Ciò non toglie che all’interno delle istituzioni ci siano persone singole con le quali il dialogo è possibile e di grande utilità sia per la ricerca che per l’impresa. Comunque tutte le giustificazioni che si possono portare e le responsabilità che è bene si sappiano non tolgono il nostro limite oggi: non lavoriamo alla selezione come vorrebbero le esigenze produttive del momento e le possibilità del nostro animale.

Una strada che si è tentata a partire dalla seconda metà degli anni novanta è stata l’Albo Nazionale Allevatori Api Regine, del quale sono vicepresidente. L’albo è uno strumento ministeriale, il suo scopo è “indirizzare sul piano tecnico, l’attività di allevamento e selezione al fine della loro valorizzazione economica”; è affidato per compiti esecutivi al CRAApi, ma è gestito da una Commissione Tecnica Centrale, sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura. Oggi siamo in fase di revisione del disciplinare e delle norme tecniche, con discussioni anche fortemente accese, sul ruolo e sulla natura che in futuro dovrà avere questo strumento. Come Associazione ci sentiamo di dire che sicuramente l’Albo è stato utile, ma la CTC non è stata in grado di individuare programmi di selezione capaci di recuperare quel magico rapporto dei nostri grandi maestri con l’attività d’impresa. Senza polemica, per quanto la nostra Associazione auspichi un suo futuro, al momento siamo molto scettici che questo possa accadere. Stiamo parlano di selezione come può essere praticata da grandi imprese (grandi per il settore, è naturale); e stiamo parlando di sintonia con la traduzione immediata in genetica delle esigenze d’impresa, per quanto ciò sia possibile; ci sarebbe bisogno di una trasformazione di mentalità del funzionamento del “pubblico” che al momento non riusciamo a vedere come prospettiva in Italia.

Negli anni in cui è nato l’Albo è nata anche l’AIAAR, Associazione Italiana Allevatori Api Regine. L’AIAAR fino ad un anno fa ha vissuto in simbiosi con l’Albo e rappresentava una parte piccolissima di imprese e pochissime fortemente professionalizzate. Il settore però ha ritenuto che un’Associazione funzionate fosse uno strumento importante, in primo luogo per la rappresentanza degli interessi delle imprese di selezione ed allevamento, ma anche per lo scopo statutario di “promuovere ogni iniziativa per una generale politica rivolta a salvaguardare, valorizzare e diffondere l’ape ligustica nella sua integrità genetica, a promuoverne e realizzarne il miglioramento selettivo …” In numeri oggi l’AIAAR ha 39 iscritti, e rappresenta la produzione di circa 150.000 regine prodotte per il commercio. Se si considera che nel Consiglio Direttivo dell’AIAAR sono presenti anche i due rappresentati degli iscritti all’Albo (che non sono tutti iscritti all’Associazione) questo numero va aumentato considerevolmente, e si può dire che circa i due terzi della produzione di regine per il commercio oggi è rappresentato dall’AIAAR. Se l’Associazione in un tempo relativamente breve ha recuperato la sua forza di rappresentanza, altrettanto non si può dire sulla sua capacità di stimolare ed orientare sulla selezione. Qui i problemi sono molto più complicati: tutti sappiamo che allevamento e selezione non sono la stessa cosa, ed oggi la selezione ha problemi di natura probabilmente mondiale, anche se fortemente differenziati da paese a paese, da sottospecie a sottospecie, ed anche nella stessa sottospecie e nello stesso paese.

Ciò che il Consiglio Direttivo sta cercando di fare è favorire la consapevolezza di cosa è cambiato e sta cambiando; e stiamo cercando di iniziare a riflettere sulla necessità di programmi di selezione differenziati e ben calibrati sulle esigenze dell’impresa e sulle possibilità che offre l’ape italiana; inoltre siamo convinti che siano sempre più necessari progetti di selezione territoriali e condivisi. In un paese con una fortissima densità apistica e con un forte nomadismo come in Italia, a parte piccolissime zone, affrontare la selezione con altri, e con scopi comuni, forse è meglio che essere soli. Qualcosa già inizia a realizzarsi, come un’esperienza molto promettente in Piemonte; e stiamo cercando un rapporto nuovo con gli istituti di ricerca, ed alcune possibilità già si intravvedono. Stiamo studiando la possibilità di crearci una nostra commissione scientifica di riferimento; cerchiamo un rapporto innovativo nella correttezza dei ruoli con la ricerca disponibile al nuovo e al futuro; e stiamo cercando di allargare i nostri orizzonti oltre i nostri confini. Siamo curiosi, senza alcuna chiusura o preconcetto.

La nostra prima attenzione è stimolare le nostre aziende ad innovarsi, nella selezione prima ancora che nelle tecniche d’allevamento, ma l’errore più grande che potremmo fare sarebbe perdere il filo della nostra grande tradizione: pensare italiano per l’ape italiana. Il problema, forse, è che c’è un solo modo per fare selezione, ma questo cambia nella storia dell’uomo dalle origini ad oggi, ed ancora sta cambiando. Se il problema fosse trovare la forma di questo divenire corrispondente al nostro oggi, la soluzione per noi in Italia sarà possibile solo nell’attività d’impresa così come la concepivano i nostri padri. Ogni viaggio verso il nuovo ha come meta la memoria, ed anche questo ci porterà nel futuro solo se sapremo ritrovare il nostro passato.

 

 

 

(*)Mi sento di dover premettere che non ho una formazione in biologia e genetica, ma filosofica e letteraria. Mi sono avvicinato all’apicoltura 10 anni fa, a 52 anni, venendo da altre esperienze professionali, e i lettori mi scuseranno se la terminologia non è da ricercatore. La biologia e la genetica mi interessano solo per quello che serve alla selezione pratica così come si può gestire in una medio-piccola azienda professionale italiana: strumenti da conoscere per usarli nell’organizzazione del processo produttivo di una azienda apistica, così come le leggi della meccanica, della fisica, ecc., in una azienda metalmeccanica